Saturday, April 22, 2006

Other reviews of Osci/LP!!!

SANDS-ZINE (www.sands-zine.com)

Osci´

Autore disco:
Fabio Orsi

Etichetta:
Small Voices (I)

Link:
www.smallvoices.it

Formato:
LP

Anno di Pubblicazione:
2005

Titoli:
1) side A 2) side B

Durata:
38:00

Con:
Fabio Orsi, Gianluca Becuzzi


Miracolo!
Salvatore Borrelli


Questa recensione è certamente di parte, quindi diffidatene dal principio! Fabio Orsi è un caro amico, una persona con cui si stanno creando materiali sonori, e fingere equanimità, qui in sede di scrittura, significherebbe svisare con una finzione troppo imbellettata un legame schietto che mi accomuna a lui così come a chi leggerà quanto segue.
A tre anni dalla sua costruzione finalmente esce "Osci", in un formato inusueto: Lp da 300 copie, su un'etichetta davvero audace come la Small Voices, e con un'opera di ripulimento/assestamento sonoro di un vero perfezionista ikediano della scena elettro/elettroacustica nostrana, ovvero Gianluca Becuzzi, in arte Kinetix. "Osci" non è il primo lavoro di Orsi, ma di certo è la sua prima uscita su un supporto ufficiale. Il disco è composto da due untitled suite di 18 minuti netti cadauna, la prima su di un lato, la seconda sull'altro. La storia del disco suona più o meno così: Fabio, napoletano ma tarantino di adozione, stanco dei circuiti festivalieri legati a taranta, vino e saghe paesane, 3 anni fa, con una frequenza di tipo ossessivo, se non maniacale, si presentò a tutti i festival legati alla tradizione popolare della sua terra. Se ne stava nascosto a captare come un vero agente della CIA ogni umore, suono, canto, tra atmosfere goliardiche di paese e danzatori ubriachi. Ogni notte se ne tornava a casa con un mucchietto di suoni e li travisava su un pc pronto a processare tutto quanto. Alla fine di questa carrellata tradizionalista, un po' come il "Ten cases of human aberration" di Strinqulu, viene fuori un'opera che prima ancora di parlare con un linguaggio sonoro, lo fa con una presa di coscienza forte, concretista e trasversalista, che nella sua essenza più significante usa i linguaggi della tradizione, che bloccano la spinta dell'avvenire, utilizzandoli come composizioni stranianti per un vero e proprio mezzo dronico.
"Osci" si presenta come un discacciamento lunarista, una mappa di perforazione ombrifera somigliante a quei sogni processuali che ravvoltano le sinapsi quando ostruiscono il Rem. Ha un plesso longitudinale disormeggiato che si spaccia come un curvimetro che misura tutti i segmenti che si distribuiscono ad ellissi nello spazio essenziale dell'orecchio e risponde alle stesse leggi di Dio che Eckhart attribuiva alla 'profondità dello spirito': 'Perciò è libero da tutte le cose, e perciò è tutte le cose'. Ogni momento sacro di questa corsa basinskiana pare irritrattabile come le dissuasioni date dai presagi in quei paesaggi di campagna che somigliano ad agri sepolcrati dove appare il giorno. Uno schizzo a matita accentato su una sistole in continuo stagliamento, i barbari da una parte, i flokloristi della plenitudine che si dibattono sul terreno dello scontro, e lui dall'altra, che li riprende come se questi barbari fossero morti in un nanosecondo ma cantassero in eterno la loro relatività. Osci è un prisma probabile, s'insinua in quelle macchine smaltatrici che smantellano continuamente la reboanza dell'acciaio e fanno realmente patire il tempo nessile del vissuto. Durante questi sbalzi vertiginosi di materia morente, e quindi vivente, o che sta per sfinirsi, nella prima traccia, c'è un'ipofonia davvero liberatoria: una voce che si recita dentro, che si consuma fuori, che pare mimarsi di farneticazioni per consuntivare forse l'umana indecenza di questo culto infinito che comincia dove finiva "Disengage" di O'Rourke. Il lavoro dell'arte consiste continuamente nel relativizzare la vita, nel portare in qualche modo la morte sulla scena colloquiale dell'impeto ed Osci è un disco di defunti e fa davvero paura perché insorge come un nastro irrevocabile per mostrare che siamo perduti e che ci sono requie dovunque. Hobbes lo sapeva bene: 'l'unica passione della mia vita è stata la paura'. Eppure l'incontestabile forza che Osci sa di avere consiste nel modo in cui tratta il tempo: Niblock incontra i Gastr del Sol, ma al di là di nomi e cognomi, s'incontrano epidermidi, nodi materici, flussi sanguigni che praticano l'eredità di questa terra. Osci non è un disco nuovo. Non segue le mode che si seguono quando qualcuno decide di comunicare il proprio stato d'animo a patto anche di sembrare senza-tempo. Non utilizza un linguaggio ipertecnico con lo scopo di apparire alla moda per risultare addomesticabile. Per questa ragione questo disco sarà destinato nel corso degli anni ad essere la nuova pietra miliare della musica del domani, del presente e del passato. È un disco che parla dell'uomo, che è diretto all'uomo, che si rivolge anche all'uomo quando non ci sarà più. I lidi che insegue sono quelli dell'inizio e della fine e per questo contempla tutto ciò che è, e tutto ciò che non è più, come se si trattasse della visione di un Dio che, congratulandosi con se stesso, ama anche nascondersi per apparire a turni alterni come una vera macchina della sparizione.




SENTIREASCOLTARE (www.sentireascoltare.com)

Fabio Orsi – Osci (Small Voices, LP, 2005)
di Martino Lorusso
Per chi segue il circuito italiano della musica elettronica sperimentale, quello di Fabio Orsi non è un nome nuovo, avendo l’artista di origini napoletane alle spalle una già corposa produzione di cd-r, tracce sparse su compilation varie e lavori distribuiti gratuitamente in rete.

Esordio (solo) su vinile per l’attivissima Small Voices, rieditato e prodotto da Gianluca Becuzzi (Kinetix), che con cura certosina ha riaccorpato il materiale sonoro in due lunghe suite di diciotto minuti l’una (per ciascun lato del vinile), Osci è un susseguirsi di suggestioni che rimandano alle musiche più avventurose del nostro tempo, giocando al rimpiattino con gli stilemi dell’elettronica più avant, senza cadere nella trappola del cliché. Tecnicamente è un patchwork di suoni trovati/editati, drones, microwaves e sparuti interventi di chitarra, pianoforte e synth, che sin dai primi movimenti proiettano l’ascoltatore tra le sue trame magnetiche e spiraliformi.

Colgono in pieno il senso dell’opera le parole di Sav, stese sul retro di cartoline incluse nel package raffiguranti scorci di vita paesana, di un passato il cui ricordo appare sfocato e sgranato come le figure in bianco e nero che vi sono rappresentate: “Osci è un buco profondo scavato nel terreno dell’amata-odiata musica tradizionale. Rappresenta la volontà di strappare le radici e osservarle da prospettive insolite, con lenti deformanti sotto luci colorate”.

Stupisce la naturalezza con cui Fabio riesce ad accostare temi e suoni tanto vari, persino a livello timbrico, senza intaccare minimamente la fluidità di un lavoro, che trova soluzione di continuità soltanto quando la puntina del giradischi giunge all’ultimo solco del lato B, spezzando, in uno schiocco, l’incanto delle visioni e l’effetto di straniamento indotto.

L’ispirazione del napoletano, cresciuto nelle contrade pugliesi, si nutre della tradizione popolare del tacco d’Italia, dell’anima tarantata di pizziche indiscretamente rubate da un microfono che ha vagato per feste e sagre dall’elevato tasso etilico; musiche poi disossate e trasfigurate, di cui viene sunto lo scheletro, costruita intorno una polpa di febbricitante modernità.

“Osci non ha niente a che spartire con l’arte. Piuttosto somiglia a una zappa”. Dai solchi scavati del vinile s’innalza un’elettricità sfrigolante di movimenti materici granulari, la staticità dronica delle composizioni di Phill Niblock accarezzata da loop desola(n)ti à la Basinski, echi lontani delle teorizzazioni ambient di Eno soffocati da nebulosi crescendo strumentali nello stile del Jim O’Rourke di Disengage.

Dalla nuda terra traspira il candore sottilmente inquietante di una notte in cui tutto tace tranne i grilli, da quei solchi zampilla il confortevole suono di rigagnoli d’acqua sotterranei, ed esalano le voci ubriache di violinisti nordeuropei affascinati dal sole e dal lu mieru (vino) salentini. La tavolozza sonora, ricca di accostamenti insoliti, è assemblata con un’attitudine naif che decreta la straordinaria forza evocativa di Osci e la sua capacità di commuovere.

In un momento in cui le creazioni al laptop stentano a comunicare un qualsivoglia tentativo di non ripetersi e ripetere strade già ampiamente battute, l’esordio di Fabio Orsi giunge a (riba)dire che in Italia si fa dell’ottima musica elettronica, per nulla inferiore a quella realizzata altrove, e che anzi, proprio da qui potrebbero partire gli input di un next step e di un rinnovamento che molti ascoltatori auspicano - forse - da troppo tempo.

(8.0/10)

Osci_1 side A
Osci_2 side B


Smallvoices
Sinewaves

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